locandina
 

Toccante e commovente la lotta per la vita del pinguino imperatore. Una lotta in cui l’elemento determinante perché a vincere sia la vita – e non l’inverno, spietato avversario – è l’amore.
E proprio come un film sentimentale è costruito questo documentario francese campione d’incassi: la prassi riproduttiva del pinguino ha infatti un’incredibile presa emotiva, almeno per cuori duri come quelli umani di questi tempi.
Sospeso nel silenzio visivo e sonoro del Mare Antartico, il film segue l’annuale avventura di questi teneri e (apparentemente) goffi animali che per riprodursi devono compiere un va’ e vieni continuo tra il nord (dove sfocia l’oceano e il cibo abbonda) e il sud (dove la banchisa è deserta ma stabile). Maschi e femmine si uniscono nel canto, e formano delle coppie fisse che stringono un patto d’amore che è l’unica speranza di sopravvivenza per i piccoli a -40°.
La voce di Fiorello ci accompagna lungo questo meraviglioso viaggio, e lo fa con garbo e senza lasciarsi andare a facili scimmiottature. Assai diversa, ma non meno riuscita, è la colonna sonora originale di Émilie Simon, poco più che ventenne virgulto della composizione sperimentale, dai toni fortemente vicini a Björk – che certo sarebbe stata a suo agio tra i ghiacci dell’Antartico.
Successo meritatissimo quello del film, frutto del lavoro pressoché eroico di Luc Jacquet e della sua troupe, e soprattutto della Natura, inesauribile sorgente di storie eccezionali.

 

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La Marcia dei Pinguini
"La marcia dei pinguini" emana il grande amore per la Natura che contraddistingue la carriera di Luc Jacquet. Formatosi in biologia animale ed ornito-ecologia polare, egli è redattore di una rivista, fotografa, effettua riprese dal ’92 perlopiù sul regno della fauna. Per caso gli si offrì l’occasione di diventare ricercatore sui ghiacci, cosicché ha fatto dieci giorni di formazione al 35 mm e da dodici anni continua a fare spola con una base antartica. Quattro anni fa Jacquet iniziò a scrivere questa storia, suscitando l’interessamento immediato e senza riserve dei produttori. Poi in corso d’opera, di comune e tacito accordo, il progetto si è trasformato da documentario per la televisione a lungometraggio. Un’avventura durata un anno, per 120 ore di girato.
Egli definisce la specie protagonista della pellicola – il pinguino imperatore – un popolo "maledetto": per trovare un luogo riparato adatto a riprodursi affronta il deserto polare, al confine della vita. In una sorta di azione coordinata, i pinguini "sbarcano" tutti nell’arco di tre giorni, finchè uno comincia a camminare, ed è il segnale. Guidati da campi magnetici terrestri ed astri nel cielo, essi marciano 20 giorni anche per 200 chilometri, raggiungendo dalla notte dei tempi sempre la stessa meta.
Deposte le uova, le femmine ripartono a cercare cibo ed i maschi covano per due mesi, in un inverno dalla temperatura fino a – 100° tra nevicate, tormente di vento, buio, fame e predatori di pulcini alla schiusa. Per resistere in tali condizioni si ammassano, e per non lasciare sempre gli stessi all’esterno, lentamente il gruppo ruota a spirale.
Molti di loro non sopravvivono, ciò spiega il dislivello numerico tra i sessi e i duelli tra femmine per conquistare un compagno. Non solo, ma se muore il proprio piccolo, alcune impazziscono e cercano di sottrarne uno alle altre.
In una vera e propria Odissea, ci conduce insieme a loro una musica di echi e suoni cristallini davanti alle distese bianche, di trombone quando sottolinea la goffaggine, di delicata e sensuale voce femminile (Emilie Simon) nella danza nuziale.

Federico Raponi

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