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OGGI ACCADRA’ Marea nera: Obama frena, Scajola accelera

Anna Pacilli

[3 Maggio 2010]

Mentre gli Stati uniti barcollano dopo il disastro petrolifero causato dalla piattaforma affondata, l’Italia continua ad autorizzare le ricerche off shore di idrocarburi, anche in aree di enorme pregio. Per i danni causati in mare, lì le compagnie pagano profumatamente, da noi c’è l’esempio della Haven. Intanto il governo decreta l’ulteriore semplificazione delle procedure per trivellare.

«Il ministero dello sviluppo economico di Claudio Scajola ha rilasciato il 30 aprile a Shell Italia il permesso di ricerca petrolifera off shore nel golfo di Taranto, proprio mentre il presidente Obama impone il blocco delle trivellazioni petrolifere in mare a seguito del disastro nel golfo del Messico», dice il Wwf, preoccupato per la precarie condizioni di salute degli oceani e dei mari, ancora di più in un bacino chiuso come il Mediterraneo. Purtroppo di tutela del mare e degli ecosistemi marini, tuttora la cenerentola delle politiche sia nazionali che internazionali, si parla solo in occasione di disastri come quello del golfo del Messico, dove l’enorme chiazza di petrolio sta raggiungendo le aree costiere paludose degli Stati uniti e il delta del fiume Mississipi. E a rischio non sono solo le economie del mare, dalla pesca al turismo, ma anche zone costiere di enorme valore ambientale e naturalistico, tanto ricche di biodiversità quanto fragili. E poi toccherà ai fondali marini, che verranno asfaltati e desertificati dalla sedimentazione del petrolio fuoriuscito il 22 aprile dalla piattaforma della British Petroleum-Bp affondata.
«La compagnia petrolifera britannica è responsabile e pagherà», ha detto il presidente statunitense Barak Obama in visita in Louisiana, per ora lo stato più colpito dalla marea nera. «Pagheremo i costi necessari a ripulire», ha risposto la compagnia petrolifera. Ripristinare lo stato dei luoghi prima dell’incidente è praticamente impossibile, se non in tempi geologici, ma almeno la Bp dovrà sborsare un bel po’ di soldi, così come accadde alla Exxon Mobil. Era la società proprietaria della petroliera Exxon Valdez, che a marzo del 1989 si incagliò sulle coste dell’Alaska provocando uno dei maggiori disastri ambientali della storia: più di un miliardo di dollari il risarcimento pagato dalla Exxon, oltre alla pulizia a carico soprattutto delle assicurazioni. Dopo quel fatto, gli Stati Uniti decisero di rivedere i requisiti di sicurezza delle petroliere, caricando sulle compagnie petrolifere le responsabilità e i costi di eventuali incidenti. E le cosiddette «carrette del mare», interdette dalle acque statunitensi, si trasferirono nel Mediterraneo, il mare più inquinato da idrocarburi al mondo, dove però nessuno ha fatto tesoro dei disastri capitati, Italia in testa. Basti dire che il nostro paese non prevede la responsabilità delle compagnie petrolifere in caso di incidente.
Nel 1991, a largo della Liguria affondò la petroliera Haven, massacrando la costa e il mare con 50 mila tonnellate di petrolio, diecimila in più di quelle sversate dalla Exxon: il governo italiano accettò un risarcimento di 117 miliardi di lire. Una cifra incomparabilmente inferiore a quella pretesa solo tre anni prima dagli Stati uniti. Sarà anche per tutte queste ragioni che le associazioni ambientaliste e le popolazioni sono allarmate dalle ricerche e dai trasporti di idrocarburi in mare? Ancora di più il Wwf dice di essere preoccupato per le conseguenze che potrà avere il decreto del governo Berlusconi, firmato il 29 aprile, che «semplifica le procedure per le attività di ricerca petrolifera svolte d’intesa con le Regioni». Intanto, appena prima dell’autorizzazione alla Shell nel golfo di Taranto, il ministero dell’ambiente, contro il parere della Regione, ha autorizzato le trivelle della società irlandese Petroceltic Elsa nei fondali fra il parco nazionale del Gargano e l’area marina protetta delle isole Tremiti per cercare idrocarburi. E, solo per restare in Puglia, la società petrolifera britannica Northern Petroleum è stata da pochi mesi autorizzata a fare lo stesso genere di ricerche al largo di Monopoli [Bari].

 

 

Da www.ansa.it

 Una decina le piattaforme off shore in Italia

La maggioranza al centro-sud, considerate siti strategici

30 aprile, 21:11

 

ROMA  – Sono una decina le piattaforme off shore per l’estrazione del petrolio, ma anche di gas e metalli, in funzione nei mari italiani: siti che, dopo l’11 settembre, sono considerati strategici e, dunque, soggetti a procedure di sicurezza sia per quanto riguarda la loro localizzazione sia per ciò che concerne le persone che vi lavorano. Le principali piattaforme estrattive, secondo quanto si apprende da fonti qualificate, si trovano nel canale di Sicilia e in Adriatico, mentre una è nel mar Ionio, davanti a Crotone. In Sicilia gli impianti sono stati costruiti nel tratto di mare compreso tra Pozzallo, all’estremità sud-est dell’isola, e Gela.

Tre sono invece le piattaforme in mare davanti ad Ortona, in Abruzzo, mentre una si trova più a sud, all’altezza di Brindisi. Gli impianti sono presenti anche nell’Adriatico settentrionale, ma in questo caso si tratta di piattaforme per l’estrazione di gas e metalli presenti nel fondo marino: non più di quattro si trovano di fronte a Ravenna. A queste piattaforme fisse, vanno aggiunte quelle mobili, per la ricerca di nuovi giacimenti. Si tratta quasi sempre di grosse navi che perforano il fondale marino alla ricerca di petrolio, gas o metalli. L’Italia, sempre secondo le fonti, ha concesso l’autorizzazione ad iniziare i sondaggi ad almeno 16 piattaforme mobili, la maggior parte appartenenti a compagnie straniere come Northern Petroleum, Petroceltic e Puma.

Le attività coinvolgerebbero 7 regioni: Puglia, Emilia Romagna, Marche, Sicilia, Sardegna, Abruzzo e Molise. A questi interventi, infine, vanno aggiunte un’altra decina di procedure di Via (la valutazione d’impatto ambientale) in corso e in attesa di autorizzazione.