mercoledì, Dic 29 2010 

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Ragazzi della Terza C e Regno delle Due Sicilie martedì, Dic 28 2010 

http://www.youtube.com/watch?v=QcLkXUBLTgY&feature=player_embedded

Anche la Puglia è neoborbonica lunedì, Dic 27 2010 

http://www.quotidianodibari.it/cultura-e-spettacoli/1834–anche-la-puglia-e-neoborbonica-.html

La verde collina del Vomero dichiarata “Monumento Nazionale” venerdì, Dic 24 2010 

http://angeloxg1.wordpress.com/2010/12/23/la-verde-collina-del-vomero-dichiarata-“monumento-nazionale”/

“Piazza 3 ottobre 1839 e la tangenziale di Ferdinando II” di Achille della Ragione venerdì, Dic 24 2010 

La perdita del ruolo di capitale dopo l’unità d’Italia è stato per Napoli l’inizio di una decadenza che ancora non si è fermata dopo 150 anni. Dai primati positivi ed erano tantissimi, la città è passata a quelli negativi, mentre una sistematica opera di falsificazione della realtà è stata portata avanti da storici collusi col potere, il cui verbo distorto è stato propagandato in tutti i libri, divenendo programma di insegnamento nelle scuole. I conquistatori piemontesi cambiarono i nomi a strade e piazze per cancellare ogni traccia del passato, imponendo toponimi legati alla loro dinastia ed al nuovo corso degli avvenimenti. L’unica possibilità di riscatto e di ripresa per Napoli ed i napoletani è oggi legato alla volontà di riappropriarsi del suo passato glorioso e della loro identità perduta. Interminabili furono i record del Regno delle due Sicilie al cospetto di quelli negativi di oggi, da capitale della monnezza a territorio incontrastato della criminalità organizzata. Un segno tangibile di inversione di tendenza sarebbe quello di cambiare il nome di alcune strade, per cancellare le tracce della colonizzazione piemontese avvenuta con la truffa dell’Unità d’Italia: piazza del Plebiscito dovrebbe tornare al toponimo di Largo di Palazzo, via dei Mille andrebbe mutata in corso Gianbattista Basile o meglio ancora Achille Lauro, piazza Garibaldi, tolta al famigerato eroe dei due mondi, origine di tutti i nostri guai, va decisamente intitolata al 3 ottobre 1839, giorno dell’inaugurazione della prima linea ferroviaria italiana, la Napoli Portici, mentre il corso Vittorio Emanuele, la prima tangenziale del mondo, aspetta ancora giustizia e la dedica al nome del suo ideatore, Ferdinando II, che la realizzò in poco più di un anno. Infatti nel 1853 il re Borbone Ferdinando II realizzava in pochi mesi un’arteria di cinque chilometri, che, superando delicati problemi orografici, metteva in collegamento la parte occidentale della città con la parte orientale, permettendo l’urbanizzazione di vaste aree. L’opera fu apprezzata in tutta Europa per le soluzioni tecniche e la velocità di esecuzione. I napoletani cavallerescamente vollero dedicarla alla regina Maria Teresa, ma il toponimo ebbe breve durata, perché subito dopo l’unità d’Italia, i Savoia decisero che un nuovo nome: corso Vittorio Emanuele, dovesse ricordare il loro re conquistatore dell’antico regno, anche se la strada era stata realizzata da un altro sovrano. Questa appropriazione indebita è passata sotto silenzio per 150 anni, ma è giunto il momento per fare giustizia di questi soprusi del passato, grazie al certosino lavoro di coraggiosi storici che, lentamente, ci stanno insegnando a rivalutare la nostra storia gloriosa. Un invito perentorio va avanzato perciò al sindaco di voler dedicare questa strada a chi l’ha ideata e realizzata nell’interesse della sua amata città: Ferdinando II. Identico discorso va fatto per il biglietto da visita che la città offre ai forestieri, la quale si è sempre chiamata della Ferrovia, anche se i napoletani preferivano chiamarla da’ stazione. Poi giunse Garibaldi con i piemontesi è la musica cambiò, ma soprattutto cominciò l’opera di falsificazione sistematica della nostra storia; infatti il luogo così caro ai napoletani assunse prima, nel 1891, la denominazione di piazza dell’Unità d’Italia, per divenire poi, nel 1914, in coincidenza con l’inaugurazione della statua dell’eroe dei due mondi, piazza Garibaldi. Ricordo ancora con commozione quando alla testa di un gruppo di cittadini, esasperati dalle lentezze burocratiche, fisicamente sovrapposi a quelle del comune targhe nuove di zecca con l’indicazione di piazza 3 ottobre 1839, una data fatidica della storia napoletana, che i nostri colonizzatori hanno fatto di tutto per farci dimenticare. In quel lontano giorno, prima in Italia e seconda al mondo, sfrecciò la prima ferrovia italiana: la Napoli Portici. Avevo informato stampa e televisioni delle nostre intenzioni e scelsi come giorno il 4 luglio, bicentenario della nascita di Garibaldi. Presa in prestito una scaletta da un negoziante di tessuti, applicai la nuova scritta ed improvvisai un discorso alla folla, immortalato da 12 emittenti private, che trasmisero in differita l’episodio agli spettatori di diverse regioni, mentre i giornali ne parlarono il giorno dopo entusiasti. La notizia della burla giunse fino in Francia sulle pagine di Le Monde. Due vigili urbani, un uomo ed una donna, incuriositi dall’assembramento, chiesero timidamente alla folla cosa stesse succedendo. Qualcuno rispose: “Quel signore ha cambiato il nome alla piazza”; “Allora va bene, tutto a posto”. Le nuove targhe sono rimaste in loco per mesi, senza che nessuna autorità intervenisse e solo la pioggia le ha portato via. L’anno scorso l’impresa è stata ripetuta da un’organizzazione neo borbonica, sempre senza riuscire a smuovere l’amministrazione comunale dal suo torpore criminale. L’unica possibilità di riscatto e di ripresa per Napoli ed i napoletani è oggi legato alla volontà di riappropriarsi del suo passato glorioso e della loro identità perduta. Attendere che a ciò provvedano le istituzioni è pura utopia, per cui solo dei liberi cittadini possono sanare una palese ingiustizia. Tutto il mondo deve sapere che i napoletani sono gente antica e paziente, ma che in passato la città ha rifiutato l’Inquisizione e dato i natali a Masaniello; essa non vuole recidere le radici col passato e vuole un futuro migliore. Abbiamo alle spalle una storia gloriosa di cui siamo fieri, passeggiamo sulle strade selciate dove posò il piede Pitagora, ci affacciamo ai dirupi di Capri appoggiandoci allo stesso masso che protesse Tiberio dall’abisso, cantiamo ancora antiche melodie contaminate dalla melopea fenicia ed araba, ma soprattutto sappiamo ancora distinguere tra il clamore clacsonante delle auto sfreccianti per via Caracciolo ed il frangersi del mare sulla scogliera sottostante. Avere salde tradizioni e ripetere antichi riti con ingenua fedeltà è il segreto e la forza dei Napoletani, gelosi del loro passato ed arbitri del loro futuro, costretti a vivere, purtroppo, in un interminabile e soffocante presente, del quale ci siamo scocciati e da oggi vogliamo divenire attivi artefici del nostro destino.

Topolino e Regno delle Due Sicilie mercoledì, Dic 22 2010 

http://www.youtube.com/watch?v=QXLpqUx8jHY&feature=player_embedded#!

“E a Natale non mangiamo pandoro veneto” di LINO PATRUNO domenica, Dic 19 2010 

Se loro suonano le loro trombe, noi suoniamo le nostre campane. Il nuovo Pier Capponi è il presidente pugliese Vendola. Emulo del governatore di Firenze, che così rispose nel 1494 all’invasore Carlo III di Francia. Le campane per chiamare alle armi la popolazione. Questa volta le campane per reagire al consueto sprezzo del Veneto leghista di Zaia, che ha rifiutato di accogliere parte dei rifiuti della Campania. Allora, ha detto Vendola, neanche noi vogliamo in Puglia i rifiuti veneti. Tanto per cominciare, in pochi sapevamo che in Puglia ne arrivano. Sono rifiuti speciali, ex pericolosi ma trattati, accolti in discariche private del Tarantino tanto a tonnellata. Un commercio come un altro. Sul quale, quindi, non è che la Regione possa granché. Come hanno obiettato dal Veneto, che chissà quanti altri ne sparge in giro per l’Italia. Tutto legittimo, finché lo è. E a conferma di quanto i rifiuti non siano mai di chi li produce. Anzi un giro universale, in genere dai Paesi ricchi a quelli poveri. Vagano per il mondo più rifiuti che merci, visto che in genere una scatola è più ingombrante di ciò che contiene. Per questo la solidarietà a Napoli non è solidarietà, è in fondo convenienza. O marketing. Ce li scambiamo tutti, questi rifiuti, non staremo a sottilizzare su un carico in più o meno. Anche perché decine di inchieste giudiziarie dimostrano che la Campania è diventata l’immondezzaio d’Italia per i traffici illegali, questi sì, della camorra: Saviano e Gomorra insegnano. Le Regioni c’entrano ancòra niente, ma lo sanno. Tutto ciò non assolve la Campania e Napoli, anzi i loro amministratori. Né giustifica le promesse di miracoli per risolvere un problema infame che ha responsabilità, connivenze, inefficienze, speculazioni cui pochi sono estranei. Ma con l’odioso scaricabarile della colpa sempre degli altri mentre le strade debordano. E a parte i topi, lo schifo, la frustrazione, è l’immagine di tutto il Sud che ne soffre. Anche qualche calciatore straniero comincia a dire di non voler andare a giocare nel Napoli perché non vivrebbe in quella città. E incombe la solita non ingiustificata accusa che l’emergenza conviene più della normalità perché fa arrivare sempre soldi: come i 150 milioni ora. Ma questo non c’entra con la solidarietà, rivolta alla gente non ai politici. Allora Zaia che dice no (come il lombardo Formigoni e il piemontese Cota) è il solito leghista nordico che vuol fare la lezione al cialtrone sudista, vuole spaccare come sempre il Paese. Dichiararsi razzisticamente superiore. Ha fatto perciò bene Vendola a rispondergli, a costo di mettersi sul suo stesso piano. Partendo da una Puglia orgogliosa che in questi giorni ha dato l’acqua al Salernitano e aiuti all’Albania alluvionata. E chissà quanti pugliesi anche nel Veneto allagato, le parrocchie, le associazioni, la carità silenziosa senza confini. Si potrebbe allora dire: questo Natale il Sud non mangia pandoro veneto. Perché, a parte tutto, non vuole smaltire neanche il loro cellofan e il loro involucro. Un CompraSud spesso lanciato ma mai con efficacia. Si riprovi. Il Sud a Natale mangia pasta di mandorla e cartellate. Mentre, dopo i prodotti, anche la loro grande distribuzione organizzata ha conquistato il mercato meridionale. Così come in buona parte il mercato del credito con le loro banche. E il Sud continua a formare giovani laureati al costo medio di 100 mila euro l’uno e ne fa emigrare 50 mila all’anno: chi è bravo calcoli cosa il Sud regala al Nord. Lì poi lavorano e producono reddito, prendono casa, pagano le tasse: calcolate, calcolate. E metà Nord è meridionale: calcolate, calcolate. Il Sud non mangi pandoro veneto. E poi i governatori meridionali promuovano tutti insieme la conoscenza dei propri musei, dei propri monumenti, delle proprie bellezze. Farà orrore un Partito del Sud, dovesse somigliare alla Lega. Ma si faccia un Partito della cultura comune, della storia comune, della comune volontà di impreziosire di socialità buona questo Sud che suoni una volta per tutte, e vivaddio, le sue campane. Il Sud riempia di giovani i vuoti in cui lo Stato non c’è. Raccolga prontissimi volontari per la raccolta differenziata porta a porta. Vada dai giovani nelle scuole e nelle università e non, come è stato giustamente suggerito, per dire loro cosa fare, ma per farselo dire, per farsi guidare, per progettare futuro. Quei giovani che inventano (come in Puglia) le migliori imprese innovative d’Italia e poi quasi sempre vengono lasciati soli. All’arroganza degli Zaia si risponde con un . Si risponde facendogli capire come nell’invisibile rete che nonostante tutto tiene questo Paese, nessun Nord può far finta di non sapere quanto sia cresciuto sul Sud. Ma ad aprirgli gli occhi dovrà essere un Sud che ha aperto i suoi. Che si svegli la mattina nella luce del suo mito e finalmente orgoglioso di sé.

Movimenti Meridionali contro il Museo Cesare Lombroso martedì, Dic 14 2010 

http://www.youtube.com/watch?v=7ndtFjJW_zo

Saviano e la malaunità d’Italia che uccide Napoli e il Sud martedì, Dic 14 2010 

http://www.youtube.com/watch?v=yVoGZ91wjLA&feature=player_embedded

Citazione venerdì, Dic 10 2010 

“Al di là degli eventi che passano, le Carte durano, ciascuna con la minuscola storia e vivono in quella che Borges chiama la nostra “quarta dimensione, la memoria”. E quando anche noi ce ne andremo, loro, le Carte, resteranno lì e non sapranno mai che noi non ci siamo più”.

– MARIA CORTI, filologa, Ombre dal fondo

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